Non mi resta che scrivere


Ti dicono che ti danno la possibilità di vivere in un posto pazzesco. In un posto di quelli in cui di norma la gente ci va in vacanza. Sai quelle storie che si vedono alla TV? (Beh, me lo hanno raccontato perché io non ho la TV da circa 10 anni ormai).

Ecco, dicevo, c’è il presentatore incravattato e col sorriso di plastica che ti dice: Complementi lei ha vinto la possibilità di vivere in un Paradiso. Come scusi? Certo vedrà che roba. Sole e mare (come piace a lei, eh?! ce lo hanno detto). Cibo che sa di cibo, terra che sa di terra, spazi che sanno di spazi. Cultura su cultura, gente su gente e fermento su fermento.

Che, beh, sì è un po’ lontano da tutto il resto ma che in fondo lì c’è tutto quello di cui uno ha bisogno. (Ma tu hai ben capito quali sono i miei bisogni?)

Che insomma, lei è la persona migliore per questo posto. Lei che ha mille energie, mille idee strampalate, mille risorse interiori. C’è terreno fertile (poi lei lo sa bene, eh?). Qui le basta un goccio d’acqua. Davvero, un goccio d’acqua e subito la terra risponde. Le basterà un goccio d’idea e vedrà che subito metterà radici. Lei, sì. Lei. Solo lei.

Quindi parto e vado a vivere in Paradiso. Ormai son quasi 9 mesi che vivo in Paradiso.

E son sempre sola. Sono sola in Paradiso.

Certo, certo. Il cibo sa di cibo. Non mi devo lamentare che i miei amici italiani (che vivono in UK) mi raccontano che pagano millanta sterline un mazzetto di rucola che per far venire il pesto che ne devono buttare dentro 50 mazzetti, così almeno diventa verde e lontanamente sa di qualcosa che pizzica.

Certo, certo. La terra sa di terra. Non mi devo lamentare che ho già fatto il bagno, ho già i piedi duri dell’estate e la pelle sa di doposole. Gli amici italiani che vivono in Belgio non mi chiamano più via webcam che poi vedono la luce e gli occhiali da sole sul tavolo e chiudono stizziti, accusandomi. Lo faccio apposta. Apposta di cosa, io dico?

Certo, certo. Gli spazi sanno di spazi. Non mi devo lamentare che sto in Cile (che poi la Puglia è il Cile dell’Italia, come mi hanno ben insegnato) con l’imbarazzo della scelta per I luoghi. Gli spostamenti infiniti, i Km lunghi, le aree desolate, i campi vuoti, i muretti a secco che delimitano spazi aperti, i cani randagi che pigri ti guardano passare, l’odore del Mediterraneo (cioè quello che io credevo essere l’odore della Corsica ma che poi ho scoperto essere l’odore del Mediterraneo).

Sì, vivo in un posto pazzesco.

Tipo che sotto casa mia passa il trenino dei turisti. Sai quello bianco-finto con tutta la gente che sembra finta e ordinata, che detiene fiera e sorridente in mano una macchina fotografica compatta e le cuffiette della spiegazione inserite nel cervello. Ecco, il suo scampanellio a volte risuona, qui sotto. Tipo che fotografano anche il mio portone. Che, sì è bellissimo. Ma per me è solo il mio portone verde. Insomma, l’altro giorno un gentilissimo turista, bianco mozzarella appena fatta e con cappello a falda larga da esploratore, si è fermato davanti al mio portone. Sorridente. Guardava, con le braccia incrociate dietro la schiena. Ho profferto aiuto. Spesso si perdono nella casba del centro storico. Mi ha solo risposto, sorridendo

I was just wondering how do you live here.

E, sorridendo, ha allungato il collo verso il cortile interno in cui i bambini giocavano a palla e facevano bolle di sapone. Sorridendo, sì. Beh, che carino tu pensi. Io, invece, mi sono sentita un Croods: sto in una caverna, mi riscaldo col fuoco e i bambini si auto-allevano tra di loro in un clima fortunato di sole e pomodori-che-sanno-di-pomodori. Vedi io adesso uso questa bicicletta per andare a cacciare un mammut. Certo uso l’iphone per geolocalizzarlo.

Ecco, vedi sono sofferente.

Perché mi vedono come un oggetto misterioso e raro da osservare con le braccia incrociate dietro la schiena. E invece. Son normale. Tanto stai in Paradiso e stai bene, no? Soffro perché sento pesantemente tutto l’isolamento geografico. Soffro perché solo chi è emigrato capisce davvero cosa sto provando. Emigrato, non che hai fatto un viaggio nel SudAmerica e ci sei stato due mesi e quindi mi capisci. No, l’Erasmus non vale. Soffro perché gli amici che sono nati-cresciuti-riprodotti nello stesso quartiere della stessa città (spesso di entrambi) e sanno anche il nome del cugino di secondo grado del giornalaio all’angolo non riescono a capire.

Che loro continuano a fare la loro vita e a macinare e tessere i rapporti atavici, quelli che legano e saldano le famiglie, quelli che se devi andare all’ospedale una notte per un guaio improvviso (sfiga) sai a chi lasciare l’infante che dorme nel letto e non la scaraventi (poveretta) in una sala d’attesa dell’ospedale perché davvero: chi cazzo chiamo? Che loro tra nonni e amici, sono tranquilli.

Io, qui, recito yotta Nan-mihi-ho-renghe-kyo per stare in pace col mio karma e far sì che non accada nulla. Che se per sfiga mi capita, che ne so, una gamba rotta, un trauma cranico, un aborto io non so davvero chi chiamare per chiedere conforto.

Aiuto. Sostegno. Condivisione. Consolazione. Incoraggiamento. Ristoro. Sollievo. Appoggio.

Certo, a parte il 118, anche se mi hanno detto “Solo in punto di estrema morte vai all’ospedale” (davvero mi hanno detto così). Certo, io ho un gran culo. Vivo al Sud e lavoro al Nord. Dunque, di che cosa mi lamento? Intanto, lavoro. E poi faccio il mio lavoro. Da leccarsi i baffi.

Quindi?

Mi lamento della solitudine. Vorrei poter condividere le meraviglie del Paradiso. Gioie e dolori.

Non mi resta che scrivere.

11 thoughts on “Non mi resta che scrivere

  1. Elisa scrive:

    Io riesco a sentire parola per parola le emozioni che guidavano le tue dita sulla tastiera. Un po’ mi si è stretto il cuore, perché “so” che vuol dire sentirsi soli “nel paradiso” (faccio una gran fatica a chiamarlo così, ancora mi chiedo cosa, esattamente, faccia credere ai turisti che lo sia, ma ormai mi sono rassegnata e ho capito che il paradiso è quello di cui parla Gianni Celati), ma poi mi dico: “mica ci dovrà stare per sempre in puglia, o no?”. Ma, se anche dovessi starci per molto, l’hai scritto anche tu essere soli è come essere emigrati e io credo che gli emigrati non si adattano mai nulla, per questo poi si spostano sempre. Questo per dire che la solitudine “esteriore” non durerà e che quelli veramente soli sono proprio i compari e le comari di terza e quarta generazione. Quanto a chiedersi cosa accadrebbe se ti succedesse un malanno, beh, siamo in due.

    • trittoli scrive:

      Chissà quanto starò qui. Lo ignoro. Ma per scaramanzia ho tenuto quasi tutti gli scatoloni. Vorrei solo far capire “a chi è restato” che forse potrebbe sforzarsi un pochino di più per colmare la distanza. Io sto chiedendo aiuto. Che ognuno ha la sua vita: io pure.
      Ma, i veri affetti non passano e rimangono dentro. Ancorati.
      Quelli che se ne sono andati in un soffio, cioè al primo saluto, sono stati affetti “fallaci”.

      Questa solitudine forzata aiuta a scandagliare il mio animo. E vedi, poi che ne salta fuori. Persino mi lamento. Ma andrò a fondo e vuoterò il sacco.

      Grazie, per avermi sentito.

      • Elisa scrive:

        scusami, ho riletto il mio commento e ho notato una cosa ambigua. Quando scrivevo “quanto a chiedersi cosa accadrebbe se ti succedesse un malanno, beh, siamo in due”, mi riferivo al fatto che io sono nella stessa situazione e non semplicemente dire che sono perplessa sul tuo stato. Ovviamente mi preoccupa che tu sia sola, ma la tua personalità e il tuo modo di esprimere mi lasciano intuire che non tu non sei di quelle che restano sole, mai. Non fosse altro che sei dotata di infinite “te”, tutte ugualmente forti e belle.

  2. amanda scrive:

    ma quell’uomo, quello che con cui sei corsa a dividere quel solitario paradiso, non per farmi i cazzi tuoi, che fine ha fatto? dov’era quando chiamavi il 118 o dovevi posteggiare la piccola nell’astanteria di un PS? Perchè che la migrazione ed lo sradicamento facciano sentire i loro morsi penso, io che vivo da sempre nella stessa casa (ho cambiato piano e portone di ingresso, così da poter confondere le idee, ma non mi sono mossa), sia sacrosanto ma se si è in due almeno nell’emergenza sarà un po’ meno peggio che da soli, soprattutto lì dove tutto è terribilmente distante. ecco ora che mi sono impicciata non è mica che sto meglio, sto con il magone a pensarti laggiù in solitaria solitudine

    • trittoli scrive:

      Ecco, mia cara, quell’uomo è nomade peggio di me. Ma proprio nomade dentro. Quindi, al 118 è presente e solido.
      Lui

        è

      le mie radici.
      Proprio in tutti i sensi, figurati e non.
      Fiuuu.
      Ma poi, per il resto, lui spesso attraversa Stati a cavallo di un aereo per andare a salvare il Mar Mediterraneo. Lui, di lavoro, cerca di mettere d’accordo tutti (buoni e cattivi) a non sversare petrolio in mare. Capisci? Io me lo sono scelto. Più volte, anche. E mi va bene così. Solo che ha il “vizietto” del nomadismo, dello staKanovismo e dell’ottimismo. Lui c’è sempre, figurativamente parlando. A volte abbiamo qualche problema di comunicazione: ma è colpa del fuso orario, non nostra.

      • amanda scrive:

        Hai presente le radici carnose ed aeree delle orchidee? Sarà così. E già che sia ottimista è un’ottima radice, robusta e salda, ché gli ottimisti cancellano le ombre con la stessa facilità con cui i migranti se le ritrovano appiccicate addosso in un mattino di mezza primavera

  3. Monica scrive:

    Io sono qui nel paradiso, circondata dalla famiglia, quella di nascita e quella di elezione e sono sola, come te.
    La solitudine ce la scegliamo o forse no.
    Ci rifletto da un po’ e ora mi hai dato un ulteriore spunto di riflessione.

    • trittoli scrive:

      Nel mio caso, la solitudine l’ho scelta “per causa di forza maggiore”. Non potevo dire: no, non vado a vivere in Paradiso perché so che poi mi mancheranno i miei amici. E io amo tanto cucinare per loro e far ridere tutti i loro fantastici figli.
      Sto lottando per costruire ponti di unione tra distanze di km geografici e km affettivi.
      Solo i migliori resteranno. Per ora, ho solo una mano su cui contare le persone. Nemmeno piena. Ma ne vorrei due.
      Nel tuo caso, perché hai scelto la solitudine?

  4. jardignoantonio scrive:

    Scrivere era costruire su carta;
    Parlare era fare qualcosa con l’aria;
    Vedere era prendere la luce, e darle la forma
    Di qualcosa che non c’era mai stata.

    Patrik McGuinness

    di sicuro non scriverai da sola

  5. claudio scrive:

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perch il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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