L’amaca e la pace.


La scrittura come momento di comprensione.
Il silenzio diventa prezioso quando non c’è.
Rabbia e odio.
Mille fatiche per definire il mio equilibrio instabile.
Scrivo e riscrivo.
Poi dormo .
Dormo 12 ore a notte per diverse notti e mi ritrovo.
Mangio.
Bene.
Sono a buon punto.
Bene.
Sorrido.

L’amaca ieri è stata bellissima.
Avevo la Vargas con me.
Ed ero dentro le pagine.
Amelia mi scaldava la pancia.
C’era la luce soffusa e calda di un pomeriggio di ottobre.
Le unghie dei piedi nudi erano rosso ciliegia.
La luce era fantastica.
Qualunque fotografo avrebbe fatto carte false per averla e possederla in bianco e nero.
Il silenzio era rotto solo dagli inquilini del cedro.
In sottofondo c’erano fusa morbide.

Peccato che trilli il telefono.

Il cuore balza di scatto, un vortice mi trascina nella realtà.
Che tortura scendere dall’amaca.
I piedi freddi.
La pancia fredda.
La luce buia.

Dove l’ho messo? Era qui…
Rispondo.
Si va bene, ma dopo non adesso.

Il cuore ancora batte forte e non si capisce perchè.
Calma adesso ritorni lì.
Mi risistemo nell’amaca.
Amelia torna sulla pancia.
I piedi sono irrimediabilmente freddi e rimarranno così, lo so già.

Impiego due pagine intere a ritrovare i battiti regolari, il taglio della luce giusta, l’incavo della testa nella tela e il ritmo regolare di fusa e cinguettii.

Forse è vero che le fusa fanno guarire gli umani, come nei libri di fantascienza.

Il telefono trilla.
Ho imparato.
Lo lascio trillare.
Adesso arriva un trillo piccolo di un messaggio.
Lo lascio trillare.

Trascorrono dieci pagine.
E io trotto a spron battuto tra le righe.
Ci sono dentro tutta intera.
Adoro leggere così.

Il telefono trilla.
Ho imparato.
Lo lascio trillare.

Adesso arriva un trillo piccolo di un messaggio.
Lo lascio trillare.

I piedi sono diventati caldi.
Forse è stato lo smalto rosso a trasferire calore.
La luce scende ma ne ho fatto una scorpacciata.
Sono stata privilegiata.

Non mi muovo di un millimetro.
Volevo ringraziare Madre Natura per tutto questo.

Adesso scendo perchè il mio angelo azzurro mi ha portato una ciocca d’uva nera con pampini larghi e verdi.
I piedi di nuovo freddi ma i chicchi neri sono perle preziose.

Il telefono continua a suonare.
Che suoni.
Io ho le perle nere in mano.
E il sorriso in faccia.

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