>Inshallah


>In questi giorni, lontana dal ricco mondo bianco occidentale ho ribaltato la scala delle mie priorità.
Non riesco a condensare tutto quello che vorrei dire e poi in questi casi mi trasformo in scribana logorroica.

Ho aspettato diversi giorni aspettando che l’entusiasmo scemasse e che la voglia di parlare venisse piegata dalla quotidianità europea, per appiccicare qui un raccontino semplice ma esaustivo delle emozioni pazzesche che mi hanno lacerato e sconquassato, esaltato e osannato l’animo.

Niente da fare.

Allora ho deciso di liberare i miei tre neuroni ribelli (ehm, forse son di più) e  di lasciar seduto il mio neurone razionale.

Quindi vi dovrete sorbire, rumorosamente, una cucchiaiata di brodo caldo di un mio viaggio in Medio Oriente.
Due sono state le componenti dominanti: le persone e i luoghi.
Qui vi parlo delle persone.
E inizio dicendo Inshallah.

Forse nella mia vita precedente ero una beduina. Forse sono una beduina e non lo so ancora.
Badawi (بدوي).
Dirlo a voce alta in arabo forse spiega da sè quello che intendo.
Il concetto di gruppo, di unione, di fratellanza, di condivisione.
Il concetto di caldo nell’unione, dell’incastro morbido delle diverse parti e delle contemporanea necessità dell’individualità di ogni singolo.
Me against my brother, My brothers and me against my cousins, then my cousins and me against strangers
Siamo stati loro ospiti, alla stregua di essere cugini.
Gli stranieri erano gli altri.
Se un beduino ti porta in macchina è molto probabile che non sai quando parti, non sai quando arrivi, non sai se arrivi nel posto che hai chiesto, non sai che al prossimo posto di blocco ti lasceranno passare.
Sempre il beduinodriver non ha niente ma niente ma niente davvero però quando parti ti lascia un sacchetto con 3 succhi di frutta e dei biscotti. E col ditone scuro indica la bambina che risponde Shukran (grazie).
Quando torni nella tenda c’è di sicuro un pasto caldo per te e un tappeto che ti accoglie, un fuoco per la sera, una partita a Backgammon, la shisha se la vuoi, forse altri ospiti nuovi e nuove idee da ascoltare.
Particolare menzione va in questo viaggio a H.
Gentile, giovane, tedesco di nascita ma attualmente in Gerusalemme, backpacker che ha viaggiato con noi. Incontrato per caso, per caso uniti.
Il suo “arabo” ci ha concesso sconti, trattazioni, incomprensioni linguistiche (un tassita ci ha lasciato al Bordo con Israele anzichè al Porto!!!), dialoghi con beduini, ignari dell’inglese, che altrimenti sarebbero rimasti sepolti ed inespressi.
Gli occhi hanno trovato una forma e un’espressione dietro ad una cantilena dolcissima perché quando non conosci una lingua solo gli occhi ti parlano.
Seduta sulla sommità di un monte in Giordania, con una vista da togliere il fiato, ho condiviso un tè con una donna che vendeva pietre. Solo l’arabo poteva aprire quella tenda lassù in cima.
Inshallah.

Il tempo (الوقت).
Il tempo è relativo: quello che segna l’orologio non corrisponde al vero.
Il sole dice sempre la verità per quando c’è. Quando non c’è ci sono le stelle.
Legato al tempo è il concetto di attesa.
Attendere è una parola nuova di zecca, con un valore e un peso ben preciso, fatta intimamente propria da una bambina di 6 anni. Nel mondo occidentale (ricco e bianco) dove-tutto-è-subito aspettare un tempo indefinito per avere qualunque cosa è stato il più grande scatto di crescita mai fatto finora.
Aspettare significa ore misurate in lancette.
Aspettare il mangiare senza sapere che cosa sarebbe arrivato. Per un’ora di lancette, magari.
Aspettare al confine per avere un visa senza capire perché quella stessa guardia che sta lì fuori seduta ad aspettare con te poi entra dentro, ad un segnale ignoto, e finalmente ti regala un “timbrino” sul tuo passaporto nuovo fiammante, con tutti ghirigori che vuol dire che puoi passare di là dal confine. Per un’ora di lancette, magari.
Aspettare che parta una nave, che aveva un orario, ma che non vuol dire che coincida con la partenza. Per diverse ore, magari.
Aspettare in una sala d’attesa tra gente che dorme, gatti che si lamentano, bambini in numero ed età indefiniti, odori diversi, guardie armate che oziano, bicchieri di plastica di tè bollente che ustionano le mani (ma come fanno, io dicevo. Ho provato: hanno ragione si può), uomini che mangiano semi di qualcosa e sputano la buccia con soddisfazione, pochissime donne che trascinano pance e bimbi, ventilatori che girano e girano e muovono aria ferma, valigie fatte di tela e annodate in alto di dimensioni inusitate, uno spazzino che spazza un pavimento impossibile da pulire. Sempre per diverse ore, magari.
Aspettare regala la noia. Che è un dono meraviglioso.
Amare la noia è difficile a 6 anni. Eppure ci siamo riusciti.

Inshallah.
Inshallah.
Quante cose da dire.
Ma devo ritornare a lavorare che qui funziona l’orologio con le lancette che misura il  tempo.
To be continued.

NB: presto arrivano anche le foto che forse rendono di più delle mie righe scritte.

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7 pensieri su “>Inshallah

  1. >Ahah! Ma quanto mi fa ridere la Fra! Comunque tu mi dici che si puó fare di viaggiare coi figli? Ma secondo te, una figlia femmina di 6 anni equivale a due figli masci di 4? O forse meglio aspettare? Comunque reportages bellissimo. E mo' vogliamo le foto. E poi scrivi un libro di viaggi? Si, vero? daiiii!!!Ah Buon anno! E ti devo pure ringraziare per un certo consiglio a un certo qualcuno che coinvolge una certa Nina di qualche commento più su…

  2. >@kosenrufu grazie. che avventura dell'animo son state..@considerovalore: un saluto anche a te grazie garzie.@nina cucù! a te a te a te!!@Fra: ecco…lo sapevo ma io non volevo trasmettere ansia… cmq sei sempre la numero uno!@romì simpatica quella vero?? secondo me viaggiare sì sempre anche con due maschi a 4 anni ma organizzare un pochino di più il viaggio! Scrivo un libro di viaggi??? Oh si che bello!! ma io non ho tanti soldi e i viaggi che faccio son tutti sbrindellati vedi?? e poi io lo sapevo che ti sarebbe piaciuto…. L O S A P E V O! Adesso muoio dalla curiosità di vedere il risultato finale! foto???o vengo a vederlo??

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