Vuelvo al sur


Il soffietto della fisarmonica che si apre. Quell’aria di note che esce soffiando crea brividi lungo la schiena, il collo, le braccia ed entra dentro.

La fisarmonica è in assoluto lo strumento che più riesce a prendermi e a trascinarmi in una Sindrome di Stendal musicale (ammesso che esita).

Durante un capodanno di qualche anno qualcuno ha tentato di insegnarmi a ballare il tango. Qualcuno che davvero il tango lo sapeva, che lo aveva ben dentro, radicato e naturalmente legato al corpo, alla mente e al cuore.

Io, riottosa, nemmeno ho iniziato. Come un mulo che in salita non sale mi son messa da parte a far da tappezzeria. Appagata della non partecipazione. Neppure l’etanolo che libero e felice scorreva tra noi è riuscito a convincermi.

Mi è bastata una frase di questo qualcuno che diceva : ”il segreto del tango sta nell’affidarsi. Ti devi fidare di chi ti accoglie tra le braccia. Ti devi lasciare andare. Se non ti lasci andare non puoi ballarlo.“

Nel bagaglio di vita di ognuno  ci sono brandelli di realtà maldestramente cuciti dal ricordo. Il ricordo ha un filo argentato  per unire i pezzi di quel collage di ricordi e anche se alcuni pezzi sono del nero più nero, quel filo d’argento li rende unici e iridescenti. A volte quei pezzi neri, finiti nel bagaglio di vita, pesano e condizionano anche le scelte che andranno a far parte del bagaglio di vita del futuro.

Solo per dire che io non so ballare il tango.

Se per caso arriva il tango, io lascio andare tutte le mie me nelle morbide braccia dell’aria che esce dal soffietto della fisarmonica.

Le affido tutte a quelle note.

Io, il tango, lo ballo così.

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3 pensieri su “Vuelvo al sur

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