Un pugno di denti


Non ho sue fotografie. Ho solo il ricordo che si sta sbiadendo e ho bisogno di fissarlo.

Si è avvicinato e mi ha chiesto se ero francese. Sono seduta ad un tavolo di legno grezzo, vecchio e consunto dai passaggi dei bevitori. Ho comprato una birra allo Spar e ho abusato di questa taverna chiusa che ha lasciato tutto qui fuori in attesa della sera che sta per arrivare. Sorseggio. Godendo pazientemente del pomeriggio e del caldo. Ad ogni pausa inclino il collo della bottiglia in direzione del vento per farla suonare.

Non mi ha dato il tempo di rispondere. Mi ha guardato. Ha spalancato i suoi occhi piccoli e ha scosso la testa. È stato solo un attimo. Ha aperto la bocca mostrando senza timore un pungo di denti disseminati come vecchi dolmen nell’arco dentario. Quasi nessuno diritto. Quasi nessuno vicino all’altro. Baluardi e testimoni di una bocca che è stata. Il bianco non c’era.

E mi ha parlato.

Mi ha parlato in una lingua che capivo. Non era francese nè corso. Era una mescolanza di lingue indefinibile: una base molto forte di francese e spagnolo con una spruzzata di italiano e il corso s’inciampava di tanto in tanto.

No, certo che non posso essere francese sono bella e sono italiana. Si vede dai miei occhi e dal colore della mia pelle.

Ha superato i sessanta senza dubbio, ma potrebbe averne anche dieci in più o venti. Porta una tshirt di un colore costruito in molti lavaggi. Non vedo altro di lui perchè tengo alto lo sguardo sul suo volto, ipnotizzata, curiosa e avida di sapere cosa vuole quest’uomo da me, mentre son qui a costruire suoni col mio collo scuro di bottiglia.

È segnato dal sole, dall’arsura, dal sale. Ha i capelli fini, finissimi, sottili, diritti diritti, corti, bianchissimi quasi lucenti, appoggiati sulla testa dopo la doccia e poi dimenticati. Ha delle rughe bianche intorno agli occhi che certificano il suo buon umore: non c’è dubbio quest’uomo lavora col sorriso nel sole. Ha le mani nodose, le unghie spesse, dure e gialle. Alcune sono scure, violacee ma quasi nere, testimoni di botte vecchie o solo di difficile recupero. Gli occhi sono piccoli e vicini ma vivaci e conservano un guizzo scuro e sinuoso come il dorso di un grongo che fugge nella sua tana. Misterioso, spavaldo e sicuro. Inaspettato e improvviso.

Chissà quanti anni ha. Chissà cosa vuole da me.

E inizia a parlarmi. Non mi chiede né come mi chiamo né che ci faccio lì o dove voglio andare.

Nulla.

Nessuna informazione personale.

Nulla di aggiuntivo rispetto a quello di cui lui aveva bisogno: capire se io potevo capire. Io capivo e questo era sufficiente.

La sua bocca è sguarnita, ridicola, beffarda nelle movenze della lingua che a volte s’inciampa tra un dente e l’altro. Ma produce un suono che io riesco a decifrare. Stringo appena le labbra, contraendomi in uno sforzo per non farmi scappare un sorriso cattivo e maligno alla vista di questo volto grottesco. Dissimulo schiarendo la gola e punto gli occhi su di lui come fari per un’interrogazione poliziesca.

E parliamo.

Noi parliamo. Io seduta con il mio collo scuro di bottiglia e lui davanti a me in piedi, con le mani appoggiate sul tavolo di legno. Lui parla molto a dire il vero, e io poco, onestamente.

È spagnolo ma il suo cuore è corso. Vive lì da molti anni ormai e fa il pescatore.

Il pesce non c’è qui. Bisogna andar lontano. Sei mesi. Sei mesi a disposizione del padrone. Con tempo bello o brutto. Anche se piove mi paga uguale e questo mi piace molto.

E ride di gusto con la bocca, sdentata, e le righe bianche intorno agli occhi che scompaiono nella contrazione del volto. (Mi sembra che si succhi la lingua, forse.) Ho una barca di legno, ma non la uso più. Ora sono vecchio ed è meglio andare sotto padrone. No dico bugie io. E ride ancora. (Sì ecco si è succhiato la lingua.) Pesca anche da solo e vende ai ristoranti il pesce su commissione. Ma c’è poco pesce. Poco pesce. Adesso bisogna calare le reti in fondo in fondo. Meno male che ci sono le macchine. Troppi chilometri di rete da tirare su solo con la forza delle braccia. E unisce le braccia a tirare una rete immaginaria pesantissima e i suoi muscoli dimostrano un’età molto diversa dal suo volto.

Poco pesce poco pesce. I turisti vengo qui a mangiare il pesce, la soup de poisson. Pas de poissson. Pas de poisson. I pesci che mangiano i turisti nei ristoranti eleganti, e fa un gesto con un braccio per simulare il concetto, viene da lontano. Non andare a mangiare il pesce qui. Se vuoi mangiare il pesce che viene da questo mare devi andare qui qui e qui. E snocciola dei nomi propri dei ristoratori ma non dei ristoranti.

Sono pesci tutti uguali, mi dice. E ride. Ride questa volta più profondamente, i polmoni fanno fatica e tradiscono la sua natura di fumatore. Tossisce profondamente come se qualcosa fosse andato di traverso all’improvviso. Sembra quasi la saliva a giocargli brutti scherzi. Sono pesci che arrivano con l’aereo nelle scatole bianche. Allevati. E i turisti vengono qui e mangiano e spendono molti soldi per pesci tutti uguali.

Parliamo di nasse e di aragoste. Mi racconta come si deve fare per pescarle. Le uova. Il periodo. Le femmine e i maschi. Io capisco, certo che capisco. Mi racconta che un anno un’università francese ha dato molti soldi ai pescatori locali per testare delle tipologie di nasse particolari, nuove diverse più produttive (più sostenibili penso io). Le hanno fatto avere nel periodo sbagliato. A marzo. A marzo le femmine non ci sono qui, dice e ride. Ride ancora del suo sorriso tabagista. Buoni soldi, dice lui, per non fare niente.

Lui parla, io chiedo. Lui capisce che io capisco e si lancia a briglie sciolte felicissimo nei suoi racconti. Chissà che avrà pensato di me.

Mi suggerisce ricette per cucinare i granchi. Semplici, lui preferisce semplici. Poche cose. Ma col peperonicino, eh? e mi strizza l’occhio di sottecchi ridendo ancora e facendo finta di dare una gomitata ad un’ipotetica presenza accanto a lui. Ride sempre del suo sorriso tabagista sdentato.

Non è ubriaco, non è matto. È un uomo felice. Felice della sua vita.

Le barche dei ricchi. Gli affitti troppo alti. Gli affitti che ci sono solo da ottobre ad aprile e dopo devi andare via perchè le case servono ai turisti. Che pagano molto. La terra che manca per coltivare ma il campo da golf che ha il prato di erba tutta uguale. Come i pesci tutti uguali nelle scatole bianche.

L’inverno, che bello l’inverno. Tutto è bello qui d’inverno. Il mare torna nostro. I negozi, il pane e la pizza. Là fa la pizza buona ma è cara anche d’inverno. Lui è cattivo (dice cattivo in italiano) cattivo perchè prezzi troppo fiuuu e fa un gesto verso l’alto con la mano.

Se vai in quella piazza là le donne vecchie vecchie parlano in genovese. D’inverno.

Tu capisici il genovese? Gli occhi mi si velano di una patina acquosa.

Sì io capisco il genovese. Deglutisco silenziosamente. Penso alle mie radici nell’acqua salata di pesto.

Vorrei tornare lì in quella piazza d’inverno a parlare genovese con le vecchie e a sentire la risata tabagista sdentata piena di vita.

8 pensieri su “Un pugno di denti

    1. Nina cara, ciao. È difficile star dietro a tutti i miei intrugli magici e disordinati.
      Anche a me manca tanto lo scrivere qui. È il mio balsamo catartico. Dovrebbe essere quotidiano.
      Proverò ad impegnarmi a tenerlo. Perché poi, io sto meglio se scrivo le mie fregnacce insulse ai più.

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