Venti giorni


Incredibile.

Saranno venti giorni di gloria pura e assoluta.  Venti giorni di sollazzo disperatamente godurioso. Venti giorni, non sono mica pochi, eppure sì, son pochi a pensarci bene.

Necessarie alcune premesse altrimenti troppa sintesi sintetica non farà percepire con il giusto peso l’eclettica felicità.

Vivo, dunque la condizione di eroina precaria. Come tutti i giovani d’oggi. Mi piace dirmi che son giovane, anche se so di esserlo dentro e non fuori.  Questa condizione consente periodi lunghissimi e bui e cupi e nuvolosi in cui io son dedita al lavoro matto e disperatissimo. (Anche io, come Giacomo, sto sulle sudate carte). Periodi in cui la mia vita, quella vera e profonda, si annienta, si annulla e si annichilisce su se stessa. Divento una macchina da lavoro che macina un numero di ore quotidiane impressionante. Tutto ciò è schifoso  deplorevole, ne sono cosciente. Eppure, in quanto eroina precaria, quando c’è lavoro, bisogna lavorare senza dire beu…. quasi muoio un secondo che mi riposo.  Macchè. Testa bassa, non si discute. Considera quanta gente non lavora. Ecco, appunto. Non lo nego: io son davvero fortunata. Inutile dissimulare: questo lavoro qui mi calza bene. Certo, fare la globetrotter sarebbe meglio ma nessuno mi paga per farlo.  Insomma, dicevo che questo lavoro è davvero eccellente. Proprio mette in accordo tutte le mie me stacanoviste, le creative, le curiose, le irrequiete, le maestrine, le nerd, le bibliotecarie e tutte le altra millanta.

Quindi non mi lamento.  È solo colpa mia che non mi so organizzare (grassa risata in sottofondo da parte di tutte quelle me isteriche). Quindi abbandonati i sogni di gloria marini e i sogni e basta viaggiatori, questo lavoro mi va bene così.

Dunque mi ritrovo ora nella pregiatissima condizione in cui ho ben venti giorni, dico venti giorni, tra un contratto e l’altro in cui sono costretta a stare a casa. Definisco meglio dicendo auto-costretta. Non scandalizzarti, io eroina precaria ne sono fiera. E nessuno lo capisce. Mia mamma ha a stento trattenuto le lacrime. I vari familiari commentano a denti stretti dicendo: che ingiustizia. Le colleghe: non ci posso credere che te lo hanno fatto. Eppure io mi sono licenziata: cioè mi hanno chiesto di licenziarmi. E io ho scritto la letterina. Nessuno capisce che quelle son formalità. Nessuno sa che nelle alte sfere universitarie si fa molto di peggio. Dettagli, quelli son dettagli che non mi sfiorano ormai più. La merda masticata a profusione nei tempi che furono fanno sentire questo licenziamento come una bigbabol alla fragola. Noi eroine precarie siamo avvezze a certe procedure. Quindi, che fortuna io dico.  Vivrò un altro lungo inverno buio e cupo di interminabili ore lavorative ma ora ho ben venti giorni di pura vita. (ehm, se devo essere onesta ne ho già fatti una decina la scorsa settimana: ma tutti li ho consumati per rialzare la testa e capire che era il mese di aprile dell’anno 2012 e che io avevo due braccia e due gambe).

Sarà come bere un bicchiere d’acqua fresca in una giornata di sole estivo.

La mia wish list è lunghissima.

Scrivere, finalmente scrivere (Quindi pazienza, abbiate pazienza).

Leggere, finalmente leggere (Ehi ora son dietro a Bolano: che goduria).

Studiare, finalmente studiare (come mi manca imparare cose nuove).

Nuotare, finalmente nuotare (torno pesce torno pesce!!).

Terra e fiori, amici e birra, cinema e pop-corn, kindle e ebook, mia figlia e i nostri giochi.

E poi tutto il resto che qui non posso dire perché sapete che io e la mia privacy facciamo spesso a pugni.

Insomma, per questo motivo sono felice.

L’ultima cosa e poi scappo in piscina  (mi ride anche la punta dei capelli anche solo a dirlo): sono felice di fare lavatrici, di stendere il bucato, di pulire il bagno, di mettere la carta aromatica di eritrea negli armadi dopo il cambio, di riordinare i giochi, di inventare nuove ricette, di pulire i vetri, di fare la spesa….

Incredibile.

2 pensieri su “Venti giorni

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