Mal di Terra


Ti entra dentro. Si radica in un posto che non ho ancora ben identificato e lì rimane.

La sensazione di impotenza. La continua percezione delle scosse. Le false idee di scosse. L’ossessione compulsiva di controllare la app dell’INGV e verificare che la scossa sia reale perché uno strumento l’ha sentita. Non le gambe o i polsi appoggiati alla scrivania o quel lieve dondolio che si percepisce dal lampadario o quel tintinnio delle mie collane appoggiate allo specchio.

La non-reattività di quando senti la scossa ma ti blocchi lì e non riesci a far nulla. L’iper-reattività, l’iper-cinesi, scomposta dentro, ma razionale e compita fuori di quando ti precipiti all’esterno subito dopo. Il silenzio pungente del dopo-scossa: ci si guarda negli occhi per strada, di notte, di giorno, tra sconosciuti e conosciuti. Ci si guarda direttamente negli occhi. Senza dire. Non si dice. Ci si guarda e si dice molto. È un silenzio pungente.

Le evacuazioni notturne rivelano le nudità dei letti violati.

Le evacuazioni diurne mostrano l’angoscia che viene a galla senza strumenti per contenerla.

La totale assenza delle comunicazioni. Quel silenzio che mi ha punto dentro e continua a non lasciarmi. In una mattina qualunque di maggio il terremoto fa fuggire come scarafaggi. Come topi di Hamelin. E poi il silenzio delle comunicazioni. Silenzio che non ti dice se la scuola dove tua figlia sta imparando le tabelline è stata evacuata. Minuti e ore in cui la salvezza psicologica mi è stata donata dalla rete. Twitter mi ha salvato. La mail mi ha salvato dalla follia. Poi ancora scosse e comunicazioni frammentarie. Telefono: strumento totalmente inutile. Al pari di un microonde in mezzo al deserto.

La totale e disarmante impotenza.

Una mail dice: stanno tutti bene e sono in cortile che giocano. Piangere, ridere, piangere e ridere insieme. No, respirare. Ho iniziato a respirare.

Sono giornate lunghe queste. Giorno e notte si confondono. Abbiamo uno zaino pronto, una tenda e due sacchi a pelo davanti alla porta. Abbiamo le sedie appoggiate alle pareti e non sotto il tavolo. Dormiamo vestite.

Le paure che mi ha raccontato: il rumore dei vetri che tremano, i bambini che piangono, le maestre che portano giù i bambini che non vogliono scendere (la classe è al terzo piano), pensavo che tu fossi morta, la campana del’incendio che suonava forte.

Le paure posteriori: tutte le mie cose rimaste a scuola, stavo facendo il collage, la mia corda è rimasta lì, non posso fare più i compiti, vorrei i miei libri della vacanze che le maestre avevano scelto per noi.

Ci stiamo lavorando: ne parliamo e riparliamo. Forse lunedì torniamo a scuola e forse torna la normalità. O forse l’anno scolastico termina qui e allora dovremmo ricomprare una corda e uno zaino. Poco male, dunque.

Ve lo posso comodamente raccontare dal mio divano arancione da cui scrivo alle 4:18 di notte. Quindi sto bene e mi sento davvero fortunata. Anche se il mio sigmografo interno continua a percepire scosse e mi tiene con le orecchie a punta.

Senza esser andata per mare mi sento costantemente come se avessi il mal di Terra. Passerà.

6 pensieri su “Mal di Terra

  1. perfino qui il sismografo interno continua a ballare, perfino qui le notti sono agitate anche se non teniamo le tende vicino alla porta, si smarrisce ogni certezza e se solo avessi avuto figli martedì mattina sarei impazzita in quei 20 30 minuti di silenzio assoluto delle comunicazioni e i dondolii dei treni che mi cullano il sonno da quando sono nata non li riconosco più e i sembrano un ghigno continuo della terra non più amica
    passerà

  2. non ci sono parole per commentare, però il pensiero è sempre lì, dove la terra si muove e a chi la abita. Deve passare, e si deve anche resistere.

    Elisa

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