Punti d’interferenza





Kurumuny -1 Maggio 2013, un set su Flickr.

È probabilmente vero,
in linea di massima,
che nella storia del pensiero umano
gli sviluppi più fruttuosi
si verificano ai punti d’interferenza
tra due diverse linee di pensiero.
Queste linee
possono avere le loro radici
in parti assolutamente diverse
della cultura umana,
in tempi diversi
e in ambienti culturali diversi
o di diverse tradizioni religiose;
perciò, se esse realmente s’incontrano,
cioè, se vengono a trovarsi
in rapporti sufficientemente stretti
da dare origine a un’effettiva interazione,
si può allora sperare che possano seguirne
nuovi e interessanti sviluppi.
W. Heisenberg, Fisica e Filosofia

Non mi resta che scrivere


Ti dicono che ti danno la possibilità di vivere in un posto pazzesco. In un posto di quelli in cui di norma la gente ci va in vacanza. Sai quelle storie che si vedono alla TV? (Beh, me lo hanno raccontato perché io non ho la TV da circa 10 anni ormai).

Ecco, dicevo, c’è il presentatore incravattato e col sorriso di plastica che ti dice: Complementi lei ha vinto la possibilità di vivere in un Paradiso. Come scusi? Certo vedrà che roba. Sole e mare (come piace a lei, eh?! ce lo hanno detto). Cibo che sa di cibo, terra che sa di terra, spazi che sanno di spazi. Cultura su cultura, gente su gente e fermento su fermento.

Che, beh, sì è un po’ lontano da tutto il resto ma che in fondo lì c’è tutto quello di cui uno ha bisogno. (Ma tu hai ben capito quali sono i miei bisogni?)

Che insomma, lei è la persona migliore per questo posto. Lei che ha mille energie, mille idee strampalate, mille risorse interiori. C’è terreno fertile (poi lei lo sa bene, eh?). Qui le basta un goccio d’acqua. Davvero, un goccio d’acqua e subito la terra risponde. Le basterà un goccio d’idea e vedrà che subito metterà radici. Lei, sì. Lei. Solo lei.

Quindi parto e vado a vivere in Paradiso. Ormai son quasi 9 mesi che vivo in Paradiso.

E son sempre sola. Sono sola in Paradiso.

Certo, certo. Il cibo sa di cibo. Non mi devo lamentare che i miei amici italiani (che vivono in UK) mi raccontano che pagano millanta sterline un mazzetto di rucola che per far venire il pesto che ne devono buttare dentro 50 mazzetti, così almeno diventa verde e lontanamente sa di qualcosa che pizzica.

Certo, certo. La terra sa di terra. Non mi devo lamentare che ho già fatto il bagno, ho già i piedi duri dell’estate e la pelle sa di doposole. Gli amici italiani che vivono in Belgio non mi chiamano più via webcam che poi vedono la luce e gli occhiali da sole sul tavolo e chiudono stizziti, accusandomi. Lo faccio apposta. Apposta di cosa, io dico?

Certo, certo. Gli spazi sanno di spazi. Non mi devo lamentare che sto in Cile (che poi la Puglia è il Cile dell’Italia, come mi hanno ben insegnato) con l’imbarazzo della scelta per I luoghi. Gli spostamenti infiniti, i Km lunghi, le aree desolate, i campi vuoti, i muretti a secco che delimitano spazi aperti, i cani randagi che pigri ti guardano passare, l’odore del Mediterraneo (cioè quello che io credevo essere l’odore della Corsica ma che poi ho scoperto essere l’odore del Mediterraneo).

Sì, vivo in un posto pazzesco.

Tipo che sotto casa mia passa il trenino dei turisti. Sai quello bianco-finto con tutta la gente che sembra finta e ordinata, che detiene fiera e sorridente in mano una macchina fotografica compatta e le cuffiette della spiegazione inserite nel cervello. Ecco, il suo scampanellio a volte risuona, qui sotto. Tipo che fotografano anche il mio portone. Che, sì è bellissimo. Ma per me è solo il mio portone verde. Insomma, l’altro giorno un gentilissimo turista, bianco mozzarella appena fatta e con cappello a falda larga da esploratore, si è fermato davanti al mio portone. Sorridente. Guardava, con le braccia incrociate dietro la schiena. Ho profferto aiuto. Spesso si perdono nella casba del centro storico. Mi ha solo risposto, sorridendo

I was just wondering how do you live here.

E, sorridendo, ha allungato il collo verso il cortile interno in cui i bambini giocavano a palla e facevano bolle di sapone. Sorridendo, sì. Beh, che carino tu pensi. Io, invece, mi sono sentita un Croods: sto in una caverna, mi riscaldo col fuoco e i bambini si auto-allevano tra di loro in un clima fortunato di sole e pomodori-che-sanno-di-pomodori. Vedi io adesso uso questa bicicletta per andare a cacciare un mammut. Certo uso l’iphone per geolocalizzarlo.

Ecco, vedi sono sofferente.

Perché mi vedono come un oggetto misterioso e raro da osservare con le braccia incrociate dietro la schiena. E invece. Son normale. Tanto stai in Paradiso e stai bene, no? Soffro perché sento pesantemente tutto l’isolamento geografico. Soffro perché solo chi è emigrato capisce davvero cosa sto provando. Emigrato, non che hai fatto un viaggio nel SudAmerica e ci sei stato due mesi e quindi mi capisci. No, l’Erasmus non vale. Soffro perché gli amici che sono nati-cresciuti-riprodotti nello stesso quartiere della stessa città (spesso di entrambi) e sanno anche il nome del cugino di secondo grado del giornalaio all’angolo non riescono a capire.

Che loro continuano a fare la loro vita e a macinare e tessere i rapporti atavici, quelli che legano e saldano le famiglie, quelli che se devi andare all’ospedale una notte per un guaio improvviso (sfiga) sai a chi lasciare l’infante che dorme nel letto e non la scaraventi (poveretta) in una sala d’attesa dell’ospedale perché davvero: chi cazzo chiamo? Che loro tra nonni e amici, sono tranquilli.

Io, qui, recito yotta Nan-mihi-ho-renghe-kyo per stare in pace col mio karma e far sì che non accada nulla. Che se per sfiga mi capita, che ne so, una gamba rotta, un trauma cranico, un aborto io non so davvero chi chiamare per chiedere conforto.

Aiuto. Sostegno. Condivisione. Consolazione. Incoraggiamento. Ristoro. Sollievo. Appoggio.

Certo, a parte il 118, anche se mi hanno detto “Solo in punto di estrema morte vai all’ospedale” (davvero mi hanno detto così). Certo, io ho un gran culo. Vivo al Sud e lavoro al Nord. Dunque, di che cosa mi lamento? Intanto, lavoro. E poi faccio il mio lavoro. Da leccarsi i baffi.

Quindi?

Mi lamento della solitudine. Vorrei poter condividere le meraviglie del Paradiso. Gioie e dolori.

Non mi resta che scrivere.

Lo iota colorato


20130409-183517.jpg

A volte ci sono settimane in cui tutto sembra aggrovigliatamente in salita.

Se mi fermo a riprender fiato,
colgo con la coda dell’occhio
un dettaglio sparuto che sottende un sorriso.

Prima, nel turbine del gomitolo di sfiducia, non vedevo altro che angoli retti di fatica.

Se apro la mente
scovo uno iota colorato che fa leva sul sorriso.

C’è sempre uno iota che mi salva.

Lo iota vale molto, non poco.

Essere all’altezza giusta


Essere all'altezza giusta by Trittoli
Essere all’altezza giusta, a photo by Trittoli on Flickr.

Questo Vate-stemma-nobiliare predice chiari segni.

Domani
vicino all’acqua mossa
sbocceranno fiori
e splenderà il sole.

Chissà domani cosa predirà il mio Vate personale.
È mio, di persona personalmente, perché solo io posso vederlo diritto negli occhi.

Non sono mai stata all’altezza di un capitello.

ndr: dalla finestra destra del mio nuovo studio

Il Buono è cattivo


“Ciao, vieni al mio compleano domenica?”

” eh, non non posso. Devo andare a Messa a prendere il Buono.”

….

….

 

No, non ti devi arrabbiare se non possono venire a giocare con te perché devono andare a Messa. Lo so che è il tuo compleanno. Noi rispettiamo le loro esigenze e facciamo iniziare la festa alle 17:00 (perché prima devono mangiare dai nonni, certo). No, non so davvero spiegarti questa cosa dei Buoni e della Messa. Ah, capisco. Quindi, il più presente nei banchi alla domenica, cioè il migliore, riceve un Buono e alla fine dell’anno vince qualcosa. Capisco.

Se vuoi, puoi barattare i nostri buoni Coop.

1 buono Coop = 1 buono Messa. Sono seria. Va beh, 10 buoni Coop = 1 buono Messa.

Oppure puoi chiedere alle nonne che, di buoni, ne hanno accumulato molti nel corso degli anni. Tra l’altro, loro dei buoni non se ne fanno nulla perché a Messa ci vanno perché ci credono. E non vogliono vincere niente.

No, non puoi portare a scuola la tessera Coop.

 

Precarietà #1


Ci sono prismi di luce che inondano una stanza.

I vecchi cristalli si sono sistemati sulla finestra.

Fedeli compagni di scorribande.

[Me li sono trascinati da Nord a Sud, passando dal Centro]

Qui, danzano armoniosi o ondeggiano nervosi: scirocco o maestrale.

Qui, difficilmente stanno spenti: è sempre colpa di nuvole passeggere.

Qui, ho rafforzato il filo da pesca che li sostiene.

Sto appesa ad un filo eppure rifletto.

I limiti della precarietà.

Inutile arrendersi, bisogna modificarsi e divenire.

Aggiungere fili spessi e stare attenti alle folate di vento.

Smussare gli angoli delle certezze.

Destare neuroni sopiti per trovare nuove vie.

Giocare con i vecchi limiti stabiliti, smontarli e ricostruirli.

Accettare il fallimento e l’imprevedibilità.

Sostenere le proprie idee con determinazione.

Capire che le risorse personali sono sul fondo del vaso di Pandora: bisogna sforzarsi per aprirlo.

Elpis c’è.

Continua a leggere “Precarietà #1”

Basta così


Nel sonno

Ho sognato che cercavo una cosa,

nascosta chissà dove oppure persa

sotto il letto o le scale,

all’indirizzo vecchio.

Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,

inutilmente pieni di cose senza senso.

Tiravo fuori dalle mie valigie

gli anni e i viaggi compiuti.

Scuotevo fuori dalle tasche

lettere secche e foglie scritte non a me.

Correvo trafelata

per ansie e stanze

mie e non mie.

Mi impantanavo in gallerie

di neve e nell’oblio.

Mi ingarbugliavo in cespugli di spine

e congetture.

Spazzavo via l’aria

e l’erba dell’infanzia.

Cercavo di fare in tempo

prima del crepuscolo del secolo trascorso,

dell’ora fatale e del silenzio.

Alla fine ho smesso di sapere

cosa stessi cercando così a lungo.

Al risveglio

ho guardato l’orologio.

Il sogno era durato due minuti e mezzo.

Ecco a che trucchi è costretto il tempo

dacché si imbatte

nelle teste addormentate.

(Wisława Szymborska, Basta così, Adelphi 2012)

—————–

Sono impantanata  in gallerie

di neve e nell’oblio.

Sono ingarbugliata in cespugli di spine

e congetture.

Sarà solo un sogno che dura due minuti e mezzo.

Tocca svegliarsi e annaffiare di caffè questa testa addormentata.

——————